dreamvolution [il clone pigro di x-novo]

22 December 2005

l’epilogo

Filed under: x-novo — paolo margari @ 11:17 pm

Sentiva la fine da qualche giorno. Temeva solo la conferma delle sue previsioni ma non riusciva ad aspettare, forse preferiva morire istantaneamente dinanzi alla realtà di una parola definitiva piuttosto che lasciarsi consumare in un’attesa fatta di vuoti, silenzi e crescente malinconia.
Così il momento trepidante che gli consentì di porre una domanda arrivò e tutta l’attesa sembrò in un attimo svanire. La sua preghiera di una risposta sincera benché assassina delle sue attese venne esaudita.
«No». Con qualche ritocco, ma deciso, immodificabile, improrogabile, ultimo e crudele, senza motivi. Fu un colpo alle spalle già previsto, lui scoprì l’amaro interminabile di quella tanto attesa liberazione.
Tutte le parole dette furono benissimo sintetizzate in quel NO. E cominciarono a scorrergli dinanzi i momenti, le attese, i singoli minuti di quell’effimero periodo, incredibile, mai immaginato così avvolgente e anche così dannoso. Chi l’avrebbe detto che uno sguardo nascondeva quell’inferno? Il sorriso di un tardo pomeriggio si era trasformato in una gabbia che pian piano lo avvolgeva, ed era così dolce lasciarsi avvolgere mentre sarebbe potuto benissimo fuggire. La verità è che non vi erano lidi migliori dove fuggire, così provò piacere nel costruirsi un recinto in cui vivere con lei, ma quel recinto presto divenne senza uscita e, in realtà, fu lui stesso a contribuire in modo deciso alla sua fine, senza preoccuparsi di cosa sarebbe accaduto se in quella gabbia, protetta eppure buia, sarebbe rimasto solo e da essa, nella sua solitudine, non sarebbe più venuto fuori vivo. Si trattava di un evento nuovo. Sino ad allora era stato abilissimo a demolire ogni gabbia, sua e di altri, facendo prevalere sempre la vita dinanzi alla morte dell’anima, dell’orgoglio, delle aspettative.
Ora invece si trattava di qualcosa di nuovo, inaspettato, più forte della sua forza e quindi impossibile da dominare. L’unico modo era sperare che dentro si sarebbe stati bene, era una possibilità, forse troppo teorica ma pur sempre una possibilità.
Non fu così. La sua gabbia cominciava ad opprimere la vita di chi avrebbe voluto servire.
Questa volta l’amore fu proprio ceco: non si accorse di lui. Anzi volle giocare, fingendo di accorgersi, poi scappò via. Il suo esagerato entusiasmo finì per essere una masturbazione mentale fatta di insensate paure, egoismo ed ostinato cinismo, muri di un recinto che già cominciava ad essere una gabbia. Lei si affacciò nel recinto, lo trovò caldo ed accogliente, fu sorpresa da tutto ciò, non se lo aspettava, non lo cercava ma fu piacevolmente sorpresa, non potè dire no dinanzi a quella situazione nuova. Ma via via che lui continuava ad innalzare i limiti di quel recinto con le sue ansie e il suo orgoglio, manifestato ad alta voce ai passanti, lei saltò fuori da esso, lasciando dentro solo un’immagine di sé. Il suo inatteso distacco sodomizzò l’orgoglio di lui, le cui aspettative furono così tradite da un fare ingenuo e frettoloso, lasciando smarrimento, amarezza e malinconia.
Il NO fu così solo una conferma dello stato che per pochi infiniti giorni aveva turbato la vita di lui. La fine di una precarietà e l’inizio di una fase buia in cui l’amore non sarebbe stato più la stessa cosa. Qualunque nuova scoperta lo avrebbe fatto tremare, non più per emozione ma per timore, come il cane forte e sicuro che dopo essere bastonato dal padrone non si presenta più nello stesso modo, anche se dentro sé ringhia e costruisce una considerazione differente da quella percepita vedendolo così intimorito.
Le relazioni sono fatte di percezioni, lui si chiederà sempre quali percezioni l’abbiano portata a sé così vicina e quali l’abbiano fatta perdere per sempre. Perché era chiaro che ormai non c’era più nulla da fare. Vedersi fuori dalla gabbia, ormai demolita, non contava più nulla.
Cosa avrebbe fatto, con chi sarebbe stata, quali emozioni andrà a provare per un volto nuovo, quale ricordo lui avrà lasciato di sé, quale è l’ultima percezione. Ci fu un lieve velo di compassione, atteggiamento odioso e indegno per chi ne è destinatario ma soprattutto per chi lo dimostra.
Sarebbe stato peggio se dietro quella compassione ci fu anche derisione. Chi può mai dirlo?
Le domande non avevano più senso, le parole, i sospiri, tutti svuotati. Senza un fine. Come giocare un’amichevole. Era una partita a reti inviolate in cui nessuno voleva segnare. Tutto era immobile quindi snaturava il vedersi. Lui avrebbe sofferto e lei? Lui si chiedeva cosa avrebbe mai provato lei rivedendolo. Freddezza, compassione, derisione o altro?
Lui cominciò a cercare le radici dei suoi errori, se mai suoi errori furono. Così, la più plausibile, fu l’essere stato frettoloso, l’essersi dimostrato ingenuo. Ma come si fa a non essere ingenui quando l’amore chiama? E come ci si può moderare? Per rispettare un copione? Perché essere falsi? Lui credeva nell’autenticità degli elementi di ogni natura, gustati sino in fondo. Non amava mischiare sapori né limitarsi.
Riteneva la moderazione saggia ma la osteggiava perché la considerava una negazione del gusto della vita. Chi lo contraddiceva poteva conoscere la felicità, dominandola, anche furbescamente, ma non sapeva vivere.
Lei non è detto che non sapesse vivere, perché la sua reazione al recinto non fu moderazione ma semplice stupore, tiepido avvolgimento e poi distacco, prima tacito poi, con un deciso no, esplicito.
In ogni caso questa storia era divenuta uno shock assurdo. Il cuore palpitava sempre dinanzi a lei, nel bene o nel male, quasi ci fosse un’energia sconosciuta che lo scuoteva. Lui che sicuro, orgoglioso, freddo, abile a dominare i suoi sogni e spesso sorpreso proprio dall’avverarsi di essi, stavolta era finito, dinanzi al sogno più bello, continuava a chiedersi troppi perché, e non insisteva col cercare risposte perché, nella sua agonia, era lucido e sapeva che le risposte in questi casi sono spesso giustificazioni dei propri presunti errori piuttosto che verità. Una verità purtroppo esiste sempre, anche quando non si conosce. La sua verità a quel punto si chiamava debolezza, voglia di piangere e anche meraviglia, per tutto quanto accaduto. Meraviglia per l’aver reagito così repentinamente, con fretta e ingenuità, per essere stato così coinvolto nel metter su un recinto, presto trasformato in gabbia. E finì così, senza dire altro, sperando in un cambiamento, nella consapevolezza che se la speranza si dice sia l’ultima a morire, evidentemente è perché moriamo prima del suo compimento.

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