dreamvolution [il clone pigro di x-novo]

23 January 2006

L’informazione esplosa in una jungla di formati

Filed under: internet,Media — paolo margari @ 1:57 pm

logo
Una manciata di pagine ipertesuali pubblicate quasi otto anni fa potevano regalare mezza cartella di gloria al loro autore sul più tradizionale dei media, quello fatto di carta e inchiostro. Se la diffusione del mezzo era particolarmente localizzata nell’area target dell’ipertesto, dalla mezza cartella si passava ad un titolo a tutta pagina, quasi fosse uno scoop aver scoperto un concorrente che parlava la stessa lingua ma, dalla sua nicchia, non poteva certo nuocere allo status quo mediatico.
Otto anni fa sembravano ieri. Oggi lo scoop starebbe nel rilevare come, fatto salvo che una pagina ipertestuale non è più un fenomeno di nicchia, quello status quo non sia stato eroso come qualcuno temeva – e qualcun altro sperava. Forse l’ordine è stato solo scalfito.
La stampa non è morta con l’avvento di internet, così come la radio non morì con l’avvento della televisione. Ma non si può dire che tanto la stampa quanto la radio non abbiano subito influenze dai nuovi media e dai nuovi modi di comunicare all’interno dei nuovi media. Sono innanzitutto cambiati i linguaggi ed è cambiata la consapevolezza degli utenti rispetto alle possibilità di comunicare. Può delinearsi così una segmentazione a seconda dei mezzi che l’utenza prediliga per soddisfare determinate finalità e, considerando i mezzi ‘multiuso’ come internet, a seconda degli utilizzi prevalenti.
La complessità di questo sistema di scelte è data dalla presenza di numerose variabili, in continua ma non costante evoluzione. L’incostanza è tanto spaziale quanto temporale e si traduce in un divario digitale che, di norma, amplifica le differenze tra regioni ‘mediaticamente’ avanzate e meno avanzate. Questo effetto si riflette su numerosi ulteriori aspetti, dal punto di vista politico, sociale e, non ultimo, economico e pesa maggiormente nei paesi occidentali in cui la fetta dei servizi nell’economia – particolarmente servizi di comunicazione – ha guadagnato una dimensione preponderante sul resto.
L’unica costante col passato è che la giornata dura sempre 24 ore. Oggi, nello stesso arco di tempo, non bastano più le comunicazioni verbali one-to-one – che per qualcuno potrebbero per avventura essere marginali, quasi assenti. Resiste il mailing cartaceo, pressoché per comunicazioni ufficiali, cartoline ricordo e pubblicità – spesso spazzatura. Resiste il telefono fisso al quale possono essere associati i servizi voce e video del Voice over IP. A questi si aggiunga la classica triade stampa-radio-tv e infine internet. Internet non è un termine che definisce un immediato utilizzo di un dato servizio, come può accadere per la tv. Esso agglomera numerosi utilizzi, molti dei quali in divenire. L’e-mail innanzitutto, fonte di stress e noie quotidiane per migliaia di utenti, obsoleti siti statici (le pagine di cui al primo capoverso di quanto leggi), siti dinamici (portali tematici, community stile agenzia matrimoniale per smanettoni della rete e altro, forum eredi delle bbs, la più arcaica funzionalità di comunicazione in rete) e una miriade di utilizzi nuovi, spesso in concorrenza tra loro. Per osservare l’evoluzione della rete, stilisticamente e non solo, si può visitare un museo online come http://www.archive.org che raccoglie versioni cache di numerosi siti immagazzinate periodicamente.
Il minimo comun denominatore di molti nuovi strumenti è il feed. Su esso si basano i blog (es. http://www.blogger.com), i moblog (es. http://www.yafro.com), le blog tv (es. http://www.nessuno.tv nata dall’esperienza delle tv di strada e oggi interessante finestra sul satellite in chiaro), i podcast (vedi http://www.podcast.net), i siti di photosharing (es. http://www.flickr.com) e su tutti gli aggregatori (davvero tanti), che consentono ai precedenti di guadagnare e mantenere, a fatica, visibilità in rete.
Esiste un problema di formati: essi si aggiornano, si alternano, divengono facilmente obsoleti mentre altri divengono lo standard. Esiste un problema di storage: l’hardware in questo senso fa passi in avanti, ma oggi le risorse gratuite in rete cominciano a scarseggiare. L’epoca degli specchietti per le allodole è finita, il mercato ha cominciato a conoscere le sue potenzialità reali, le bolle speculative e l’utopia della pubblicità che ripaga ogni cosa sono un ricordo di fine millennio.
Oggi per comunicare, per informarsi, per restare al passo con il cutting edge tecnologico, a prescindere dalla bontà dei contenuti, occorre pagare. Diversamente l’opzione è tra il silenzio/esclusione o l’inclusione, ad prezzo non monetario ma forse più alto, tra le masse di utenti di un ristretto manipolo di media generalisti: un mix tra min.cul.pop. e grande fratello di orwelliana memoria, che fagocita l’ampio target secondo finalità utili prevalentemente ad advertisers ed editori, che nel frattempo godono maturano una certa fiducia in platea. Questo soprattutto in sudamerica e in Italia.
Prendiamo la tv: terrestre e satellitare (analogico e digitale) e poi internet nelle modalità broadcast streaming, peer-to-peer e podcast. Per ogni formato esistono le opzioni in chiaro e criptata. Escludiamone alcuni non più in uso in Italia come il terrestre digitale ed il satellitare analogico: restano dodici opzioni per vedere lo stesso mezzo. Se l’analogico sparirà in ogni forma in quanto è antieconomico rispetto al digitale – soprattutto per gli editori – per quanto concerne i formati internet c’è da dire che moltiplicazione di sorgenti è precaria diffusione della conoscenza nonché dell’utilizzo e delle potenzialità degli stessi, li rende decisamente marginali nel panorama televisivo.
Innanzitutto è quasi paradossale che un sistema ancora poco diffuso come il broadcast streaming, che già soffre di un problema di standardizzazione dei formati (i principali ma non i soli sono quick time, real e windows media), stia per essere superato da un neonato come il podcast streaming. Quest’ultimo consente di scegliere quando vedere cosa. Il primo è più affine alla tv old style e ancora, a causa della scarsa diffusione sul territorio di tecnologie ad alta velocità come la fibra ottica, non può che essere fruito con una qualità molto scarsa che scoraggia gli utenti. Gli autori di siti come http://www.coolstreaming.it assicurano che grazie al loro miniclient e ad un indice di links aggiornati, si possano sniffare online anche le partite del campionato di calcio di serie A trasmesse in diretta da emittenti straniere. Lo scarso ricorso a tale sistema, per via di numerosi limiti, desta poche preoccupazioni a chi possiede i diritti. E’ paradossale che molti eventi europei diffusi in patria pay-per-view, ritornino in formato free grazie allo streaming di emittenti cinesi, da un paese cioè che non conosce la libertà di espressione ed è abile ad usare la clava della censura laddove non addirittura della condanna nei casi in cui nei cavi transitino, sotto forma di bit, termini sgraditi al partito quali falun gong, tibet, Taiwan, tortura.
Il peer-to-peer è un modo di condividere le informazioni in rete che solleva una problematica dal punto di vista giuridico: c’è chi ritiene che l’esercizio della propria libertà si debba pagare.
Occorre precisare che tale libertà consiste nello scambiare pezzi di informazione con soggetti sconosciuti dai quali si ricevono altri pezzi di informazione. Esso è in sostanza un mutuo scambio tra utenti della rete di pacchetti di dati che poi vengono ricomposti al fine di offrire un determinato contenuto di qualsiasi tipo (dalla musica mp3 agli e-book ai video, anche live, di un’emittente televisiva). Non si tratta di latrocinio né comporta un costo per la fonte originaria di quel contenuto. Si potrebbe profilare tuttavia un mancato guadagno per quest’ultima, che così potrebbe vantare un danno economico. Ma il peer-to-peer è in fondo una questione privata, tra due utenti che in quel momento effettuano un libero scambio di un pacchetto di dati. Questo da solo non basta a profilare un danno economico. Eppure, tanto in Italia quanto all’estero, i provvedimenti legislativi e le conseguenti retate, in ossequio all’oligopolio di editori tanto avidi quanto disperati, non si sono fatte attendere.
Differente è il caso dei diritti d’autore nel momento in cui si decida di avviare un proprio media. In proposito, per chi produca senza fini di lucro ma esiga di non essere derubato, si è andato diffondendo il copyleft. In Italia inoltre, caso unico tra i paesi occidentali, il bavaglio alla stampa grazie ad una recente legge ha colpito anche i formati internet. La produzione di informazione, sotto qualsiasi formato, resta di esclusivo dominio dell’ordine (casta) dei giornalisti, come se questi, in virtù del superamento di un esame di stato, abbiano il dono di essere infallibili e veritieri nello scrivere una notizia (!) mentre tutti gli altri non lo siano. In sostanza non è accaduto molto: chi produceva informazione continua a farlo mediante blog e siti, grazie anche allo sviluppo di sempre più avanzati e portabili content management system open source quindi gratuiti, ma resta il dubbio che, in virtù di tale legge, lo stato non possa colpire chi, esercitando il diritto di libera espressione garantito costituzionalmente, qualora dia fastidio, venga additato come un ‘produttore di informazione’ non autorizzato e per questo tacciato, con risvolti penali.
Come far sentire la propria voce per avanzare pretese di diritti? La categoria di internauti è ampia ma disunita, riflette un’epoca nichilista forse proprio a causa dei suoi cinici mezzi di comunicazione che alterano le identità, vive un mondo virtuale dove non possono essere erette barricate. I casi di sindacalismo digitale non sono mancati né mancano, ma lasciano il tempo che trovano, limitandosi a riempire database di firme ondine utili a nessuna causa. I diritti dei nuovi comunicatori si perdono nella rete, come talvolta formati e siti sommersi da innovazioni troppo frequenti, tanto precoci quanto obsolete a seconda che ci si sposti da un luogo all’altro o da una categoria di navigatori all’altra.
La nuova sfida è saper aggregare i contenuti, spulciandone i più interessanti: nel lungo termine, che per la rete significa anche l’arco di un paio d’anni, gli utenti hanno saputo premiare chi riesce a rispondere meglio al desiderio di informazione. I casi di Google, E-Bay, Wikipedia, Moodle, Skype, Firefox e non molti altri sono emblematici in tal senso. Le qualità premiate sono semplicità, affidabilità, ricchezza di contenuti, velocità. La migliore pubblicità, come sempre, resta il passaparola, che vale più di mille banner. Mentre a livello elevato la partita si gioca davvero tra pochi, tanto nel mondo fatto di licenze quanto in quello open source, il resto della jungla digitale si diffonde, come e quando può, sempre più lontano dai soliti poli innovatori, una realtà di nuovi formati che avvicinano il futuro anche dove questo tarderà ad arrivar. (articolo redatto per il periodico L’Università, gennaio 2006)

Leave a Comment »

No comments yet.

RSS feed for comments on this post. TrackBack URI

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

Create a free website or blog at WordPress.com.

%d bloggers like this: